Discovery: l’esperienza di Francesco
Il progetto Discovery prosegue: vi raccontiamo l’esperienza di Francesco, educatore coinvolto presso la Scuola Secondaria di Primo Grado Tridentina di Brescia
Qualche mese fa, vi abbiamo parlato in questo articolo del Progetto Discovery, la serie di attività in rete (nata dalla collaborazione di 5 realtà sul territorio italiano) per offrire una risposta concreta alla dispersione scolastica. Oggi vi diamo un’aggiornamento su come sta andando e vi raccontiamo l’esperienza di Francesco, un educatore coinvolto nel progetto Discovery che lavora nella divisione tridentina di Brescia.
Facciamo prima un passo indietro, per chi avesse perso le puntate precedenti.
Il progetto Discovery: le azioni e la rete di partner
La dispersione scolastica è quel fenomeno che si riferisce alle situazioni in cui studenti e studentesse abbandonano la scuola prima del tempo o non riescono a frequentarla con la giusta regolarità. Il Progetto Discovery nasce proprio per far fronte a questa situazione: una rete di partner diffusa da Nord a Sud dell’Italia che progetta dentro e fuori la scuola azioni per promuovere il benessere di ragazzi e ragazze. Tra le azioni e le attività in corso ci sono: percorsi di formazione partecipativa per il personale scolastico, educativa di corridoio, con coppie di educatori e educatrici, laboratori (extra) curriculari.
Le realtà coinvolte nel progetto sono:
Open Group: la nostra cooperativa sociale è capofila del progetto.
Il Calabrone, cooperativa sociale di Brescia
Cooperativa Lotta Contro l’emarginazione, che opera nelle province di Como, Sondrio e Varese
Zei Spazio Sociale e Arci Cassandra, due circoli radicati nel territorio di Lecce
Educativa di corridoio: spazi di libertà fuori dall’aula
Gli educatori e le educatrici delle realtà partner, assieme a figure di supporto e insegnanti delle scuole coinvolte nel progetto, hanno attivato in questi mesi tutte le attività rivolte a ragazzi e ragazze di secondarie di primo e secondo grado. Tra le azioni più soddisfacenti, i laboratori extracurriculari e l’educativa di corridoio. L’educativa di corridoio è una presenza educativa informale e costante nei luoghi di passaggio della scuola: corridoi, atri, spazi comuni. I corridoi scolastici sono i luoghi per eccellenza dove le relazioni si creano. Sono spazi di libertà fuori dalla frontalità dell’aula. Educatori ed educatrici ascoltano senza giudizio, osservano e prevengono conflitti, favoriscono relazioni positive, creano momenti di dialogo e intercettano le persone che hanno bisogno. Attraverso questo ambiente diffuso, si stanno creando in questi mesi di progetto relazioni di cura e ascolto che sta generando fiducia e motivazione, per vivere la vita scolastica con più serenità.
L’esperienza di Francesco
Tra le varie storie che ci stiamo facendo raccontare dalle persone che stanno sul campo, c’è l’esperienza di Francesco, un educatore che segue il progetto nella divisione tridentina di Brescia.
Ci racconti qualcosa del contesto in cui lavori per questo progetto?
Il contesto all’interno del quale la Scuola Secondaria di Primo Grado Tridentina è inserita è quello di una realtà di periferia, a ridosso del centro della città di Brescia. È un quartiere molto popolato, circa 10mila residenti, con una forte presenza di famiglie di origine straniera, di prima e seconda generazione. All’interno del quartiere è presente un’area dove sono presenti case popolari in cui si concentrano la maggior parte delle situazioni di povertà, marginalità e disagio. Nelle classi in cui stiamo lavorando sono presenti diverse situazioni di ragazzi e ragazze con alle spalle situazioni di grave povertà educativa.
Da quanto tempo lavori nel progetto Discovery?
All’interno del progetto Discovery lavoro dai primi di ottobre, ma ho un’esperienza quinquennale all’interno delle scuole, prevalentemente secondarie di primo grado, e in situazioni e contesti di fragilità. Ho esperienza oramai più che decennale nel lavoro con preadolescenti e adolescenti, seguendo gruppi di queste fasi di vita anche durante attività di volontariato.
Che cosa ti appassiona di questo lavoro?
In questo momento penso che la cosa che più mi piace del lavoro che svolgiamo è vedere che i ragazzi e le ragazze con cui lavoriamo riescono ad avere un momento, uno spazio o un’occasione per poter far emergere i propri talenti che spesso sono nascosti o non valorizzati, che riescono a farcela “con le loro gambe”, ma anche aiutarli a ripartire dopo una caduta. Un’altra cosa che mi appassiona è il conoscere le storie dei ragazzi che incontriamo in classe e nei corridoi.
Cos’è che ti spaventa di più?
Più che cose che mi spaventano, direi che la preoccupazione maggiore è vedere ragazzi e ragazze che ho seguito, con cui ho lavorato e da cui ho anche imparato, in cui ho visto delle potenzialità, cadere nelle situazioni di estrema fragilità dalle quali sono partiti. Un’altra fatica che vedo nel lavoro che facciamo, fatica condivisa anche con i docenti, è quella di far uscire i ragazzi che incontriamo da una mentalità di violenza, dalla logica della legge del taglione, appresa soprattutto in famiglia e nel contesto extrascolastico.
Sono cresciuto frequentando scuole di periferia fino alle scuole medie, dove il tema della multiculturalità, della fragilità, della marginalità era ben presente molto prima che diventasse un fenomeno di interesse sociale come negli ultimi anni. Tendenzialmente cerco di non farmi condizionare da quanto mi viene raccontato o dalle narrazioni presenti all’interno dei contesti scolastici su alcuni ragazzi e ragazze. Cerco di partire come una tabula rasa, un foglio di carta bianca, che con il contatto formale e informale, l’osservazione, pian piano viene scritto. È evidente che a livello emotivo siano situazioni che smuovono: sono spesso storie di ragazzi che in altri contesti famigliari e sociali meno svantaggiati avrebbero la possibilità di poter percorrere strade diverse da quelle che hanno intrapreso.
Qual è la tua impressione su questa esperienza?
Nonostante stia lavorando in questa scuola da poco, sento che i ragazzi e le ragazze che incontro già mi riconoscono come una figura significativa all’interno della scuola: è un piccolo “boost” di autostima e ho sensazione che il lavoro sta procedendo nella direzione giusta. In questo contesto sento che c’è un ottimo clima di collaborazione con gli insegnanti che incontro, vedono il progetto come una risorsa e un aiuto anche nella gestione della classe e delle situazioni critiche.