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Nelle Terre di Don Peppe Diana, per “alimentare il cambiamento”

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Dal 18 al 20 settembre una delegazione di realtà bolognesi ha partecipato ad un viaggio molto particolare: “Alimentiamo il cambiamento”. Queste le tappe: da Bologna a Napoli, poi Caviano, Casal di Principe, ancora Napoli e ritorno a Bologna. C’eravamo anche noi di Open Group. Ecco il racconto di Federico Lacche, direttore di Libera Radio

Gli stereotipi proposti dagli sceneggiati televisivi continuano a descriverle come le terre di Gomorra, quelli della narrazione giornalistica più generalista, la Terra dei Fuochi. Certo, dai quartieri del centro e dell’hinterland di Napoli, ai territori casertani di Sessa Aurunca e Casal di Principe, storie antiche e recenti di questi luoghi mostrano le ferite ancora aperte del genocidio ambientale di una camorra che qui, oltre alle pistole, per fare business ha utilizzato roghi, pale meccaniche ed escavatori; storie che seguono il surreale skyline futurista delle Vele – divenute monumenti all’ingiustizia sociale eretti nel deserto di Scampia – o si perdono nel magnetico intreccio dei vicoli di Forcella o Rione Sanità, emergendo solo per le disperate cronache di “paranze” di giovanissimi che si contendono anche un incrocio di vie a colpi di kalashnikov.

Ma per il comitato anticamorra Io Lotto-Stop Biocidio, nato alcuni anni fa per tenere alta l’attenzione sul più feroce disastro ambientale e umano perpetrato nel nostro Paese, queste sono invece e soprattutto le Terre di Don Peppe Diana, il sacerdote ammazzato dai killer dei Casalesi nel 1994 nella sagrestia della sua parrocchia.

Una definizione che, se per un verso prende le mosse da una storia criminale che ha umiliato e impoverito un immenso territorio a cavallo delle province di Napoli e Caserta e le sue popolazioni, dall’altro punta a valorizzare l’alto patrimonio storico e culturale della regione, diffondendo la conoscenza del lavoro delle persone che ogni giorno lottano e applicano resistenza anticamorra, per esempio, lavorando i terreni confiscati ai clan.

Diffondere la conoscenza, produrre narrazioni e diffonderle in tutti i territori del Paese, nessuno dei quali può più dirsi esente dall’oppressione e dall’occupazione criminale, economica e culturale dei clan: proprio con questo obiettivo, Io Lotto ha organizzato alla metà di settembre un viaggio nelle Terre di Don Peppe Diana, una tre giorni rivolta a cittadini comuni, professionisti, imprese cooperative e associazioni a cui ha partecipato anche Open Group e una delle testate di cui è editrice, Libera Radio. Un viaggio in pullman, intitolato “Alimentiamo il cambiamento”, che ha attraversato e conosciuto alcune delle esperienze più significative di antimafia sociale. Di qui l’incontro con imprenditori che hanno denunciato i propri estorsori e costretti a vivere sotto scorta, come il calabrese Tiberio Bentivoglio, arrivato per l’occasione a Napoli per raccontare la sua storia, e come l’azienda Cleprin di Sessa Aurunca, viaggiouna fabbrica di detergenti bio incendiata dalla camorra, i cui titolari continuano a fronteggiare i clan locali rilanciando con coraggio le proprie attività in un nuovo sito produttivo; la visita a Forcella, nel cuore di Napoli, alla libreria di Giovanni Durante, intitolata a sua figlia Annalisa, vittima del fuoco della camorra all’età di soli 14 anni. E poi una cena sociale presso la Nuova Cucina Organizzata di Casal di Principe, uno straordinario spazio inventato all’interno di un bene confiscato dove lavorano giovani della Nuova Cooperazione Organizzata. Una sigla, Nco, anch’essa piena di significato, che da simbolo di una delle organizzazioni più sanguinarie della criminalità campana è divenuta emblema della volontà di riscatto attraverso il lavoro e l’impegno per la legalità, mettendo in rete soprattutto cooperative sociali che fondono insieme attività produttive e interventi sul disagio sociale. Tra i promotori di questo progetto, Simmaco Perillo guida la cooperativa Al di Là dei sogni, anch’essa a Sessa Aurunca e situata sul bene confiscato “Alberto Varone”, che si occupa dell’inserimento lavorativo di persone provenienti da situazioni svantaggiate. Anche questa impresa cooperativa punta alla trasformazione di un territorio simbolo di violenza in occasione per far conoscere la bellezza del ciclo produttivo agricolo e offrire ai suoi soci un contesto lavorativo sano, sostenibile e solidale.

Un viaggio, quello di “Alimentiamo il cambiamento”, anche contro il pregiudizio, che ha mostrato come a Scampia, ad esempio, vicino alle famigerate Vele sia sorta l’Officina delle Culture intitolata a Gelsomina Verde, una giovane barbaramente uccisa nel 1982 durante la “prima faida di Scampia”. Qui, nel corso di anni di paziente lavoro, un educatore di strada, Ciro Corona, ha costruito un percorso di resistenza anticamorra che oggi ha anche riportato in vita una scuola abbandonata – divenuta prima deposito di armi e poi “crack house” –, facendone un vero e proprio presidio di legalità. “Siamo voluti partire da un luogo di morte per trasformarlo in un luogo di vita“, dice Cito Corona in questa intervista.

Dagli incontri e dalle esperienze di “Alimentiamo il cambiamento” stanno oggi partendo nuovi progetti che coinvolgeranno realtà della cooperazione sociale, delle istituzioni e dell’associazionismo bolognese e dell’Emilia-Romagna.


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